Un tranquillo weekend di futuro: occupazione, scuole e start-up

Il 29 Novembre, prima di entrare nei locali che ospitavano l’edizione 2013 della StartupWeekend Palermo,  avevo già la sensazione che questo fine settimana sarebbe stato denso di stimoli e riflessioni con le sue 54 ore di idee e progetti, sogni e prototipi, competenze e collaborazioni, ingenuità e pitch, incoscienza e passioni.

Mi aspettavo insomma un tranquillo weekend di futuro, a cui in qualità di mentore avrei tentato di dare il mio contributo. Ma il bello del futuro però è che non è mai esattamente come te lo aspetti.

L’evento avrebbe dovuto tenersi in uno dei capannoni nell’ex area industriale dei Cantieri Culturali alla Zisa, ma a causa di un mix letale di inagibilità strutturali e inerzie burocratiche i promotori hanno dovuto trovare un’alternativa last minute e low cost, cioè una scuola pubblica.

Una soluzione quasi scontata coi tempi che corrono.

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Quasi scontata, appunto…

Perché quando arrivo mi rendo conto che l’ITI Vittorio Emanuele III è in stato di occupazione. Esito a entrare e mi chiedo se la StartupWeekend non sia stata costretta a un nuovo infausto trasloco.

E invece no.

L’esitazione deriva non tanto dall’incontro con una schiera di studenti che su una base hip hop si occupano in maniera impeccabile di gestire l’ingresso e il servizio d’ordine; quanto dal fatto che (evidentemente) sto invecchiando.

Dovrei ricordare infatti che scuole e facoltà occupate tendono in genere a essere più aperte e creative di quanto non lo siano quando sono libere.

E così il mix creativo di docenti, preside e studenti in agitazione accoglie la richiesta impertinente dei promotori e trasforma una scuola occupata in uno spazio narrativo in cui immaginare start-up.

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Scherzi del destino. Ti alzi la mattina immaginando (seriamente) un futuro in cui le start-up creano occupazione e ti ritrovi (ironicamente ma neanche tanto) in un presente in cui è l’occupazione (di una scuola) a promuovere le start-up. 

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Ieri mattina, sabato 30 Novembre, un’altra scena inconsueta e altrettanto promettente a far da contrappunto da quelle della StartupWeekend.

Mentre gli aspiranti startupper salivano per le scale del Vittorio Emanuele III per sperimentare per il secondo giorno un modo diverso di fare (e stare a) scuola, un gruppo di studenti del vicino Liceo Cannizzaro e la loro insegnante si riprendevano il proprio diritto allo studio (temporaneamente sospeso da altri occupanti) occupando a loro volta un bar per tenervi una lezione.

Una lezione di-vertente e socialmente innovativa su come insegnanti e studenti possono, se e quando lo vogliono, ritagliarsi su misura percorsi di lavoro e apprendimento creativi e responsabili, nonostante gli ostacoli posti da riforme sbagliate, risorse scarse, strutture fatiscenti e – last but not least – da quelli che si beccano uno stipendio pubblico a ufo e che andrebbero buttati fuori dalle scuole a calci.

Questa allegra classe di nomadi dell’istruzione, seriamente impegnata tra giornali, libri di testo e caffè mi ha messo di buon umore e stimolato più del caffè che avevo anche io appena preso nello stesso bar.

Mi ha messo di buon umore, perché un tranquillo weekend di futuro si costruisce forse anche così: inventando spazi ibridi e narrativi come questa sorta di school cafè, alla faccia di chi dice che la scuola pubblica è morta e sepolta.

Inoltre, l’idea dello school cafè non mi pare tanto malvagia… vuoi vedere che un creativo la trasforma in start up?

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Acrobati dell’innovazione sociale in Sicilia

Il 22 Maggio 2013 il Dipartimento della Programmazione della Regione Siciliana ha promosso e ospitato un incontro dedicato all’innovazione sociale in Sicilia,  il primo di una serie di focus tematici che dovrebbero facilitare l’elaborazione di strategie per la smart specialization regionale 2014-2020 e rappresenta un primo tentativo di avviare un percorso per quanto possibile partecipato.

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Al focus tematico hanno preso parte svariate organizzazioni in gran parte palermitane ma con significative rappresentanze provenienti dall’intera regione, ognuna delle quali ha preparato una breve presentazione del proprio progetto  (format:  Pecha Kucha). Molte altre hanno inviato descrizioni dei propri progetti. Tutte le presentazioni confluiranno in una mappa dell’innovazione sociale che dovrebbe aiutare il Dipartimento della Programmazione a cogliere il potenziale in termini di innovazione sociale di decine di progetti di varia natura: creazione di lavoro autonomo e reti professionali sostenibili;  servizi per trasformare le città in chiave Smart; iniziative di solidarietà e legalità, di partecipazione e trasparenza (open data, beni comuni); una parte altrettanto importante hanno avuto poi iniziative che disegnano visioni di società basate su nuove economie collaborative.

Le presentazioni e molti dei discorsi condivisi dai partecipanti hanno insistito su vincoli ed elementi di instabilità che mettono a rischio la sopravvivenza stessa nel tempo di buone idee e iniziative, oltre che frustrare e deprimere gli attori più innovativi. Tra questi, più volte citato, il rapporto conflittuale con la Pubblica Amministrazione. Del resto, la vischiosità della burocrazia era stata indicata come principale “fattore killer” dell’innovazione sociale anche nel corso della due giorni di “Mettere in Comune” del 17 e 18 maggio 2013.

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In entrambi gli incontri, ricchi di spunti interessanti e incoraggianti rispetto al ruolo che gli innovatori sociali possono assumere nei processi di cambiamento in Sicilia, il profilo dell’innovatore sociale è apparso come quello di una sorta di acrobata costretto a trasformare in virtù la necessità di essere flessibile ed elastico, di sapersi districare e zigzagare tra un ostacolo e l’altro, di consumare poco e di inventare soluzioni creative per muoversi in un contesto istituzionale percepito come lontano e a volte persino ostile.

L’immagine dell’acrobata[ innovatore ]sociale mi ha fatto pensare a un lavoro di ricerca etnografica sulle organizzazioni  non profit condotto nel 2003 insieme ad altri soci fondatori di Next e confluito in un articolo dal titolo, appunto, Acrobati del sociale. Per una etnografia del non profit (di Rosanna Cataldo, Debora Fimiani, Maurizio Giambalvo, Simone Lucido, Gabriele Romano, Silvia Valenti).

Ho appena riletto quell’articolo e sebbene siano passati dieci anni e ci riferissimo al mondo del terzo settore e non a quello dell’innovazione sociale, alcuni passaggi mi sembrano pertinenti e attuali ancora oggi (da notare che anche in questo caso soggetti e oggetti di osservazioni coincidono e che lo sguardo etnografico si rivolge ancora una volta non all’esterno bensì sul soggetto dell’osservazione).

In particolare, mi colpisce oggi come ci colpiva allora quello strano effetto “sineddoche” per cui il rapporto insoddisfacente con le istituzioni, cioè con una parte del contesto, finisce per permeare la percezione del contesto in generale, di tutto il contesto:

“In altre parole, la nozione di “contesto” tende a restringersi fino alla equivalenza con quella di “contesto istituzionale” e le caratteristiche che si attribuiscono a quest’ultimo finiscono per occupare – potremmo dire  abusivamente – l’intero campo d’osservazione. Il senso di distanza e di  precarietà che caratterizzano una parte del contesto, sia pure una delle più importanti per le organizzazioni, cioè le istituzioni pubbliche, si estendono  dunque a tutto lo spazio in cui esse si trovano ad operare. I racconti dei nostri interlocutori fanno pensare a una sorta di colonizzazione che le esperienze negative maturate nella sfera istituzionale producono sulla percezione di un contesto, indubbiamente più ampio e diversificato, attraversato anche da altri  soggetti e attori sociali extra istituzionali, i cittadini, le altre organizzazioni non profit ecc. Ed proprio questo slittamento che induce molti operatori a percepire se stessi, e la propria organizzazione, non come soggetti attivi nel tessere la trama del contesto in cui vivono e agiscono bensì a definire e viverlo come altro da sé: un’entità separata, difficilmente modificabile (e di certo non nel breve periodo), che impone percorsi obbligati e ostacoli, costringendo operatori, progettisti e volontari a diventare veri e propri acrobati del sociale. Ma sebbene il rapporto conflittuale con la Pubblica Amministrazione rappresenti uno dei nodi più critici per il terzo settore, indubbiamente esso non è l’unico “fattore killer”che caratterizza il contesto in cui i nostri interlocutori operano. Anche il panorama delle altre organizzazioni con le quali si entra in relazione viene spesso descritto come caratterizzato da concorrenza e competizione. E il concetto di rete, condiviso a livello teorico, trova raramente concreti esempi ed applicazioni. Proprio le modalità di funzionamento dell’istituzione – che tende a privilegiare i rapporti clientelari e che programma e distribuisce risorse in modo discontinuo – spiegano, secondo molti dei nostri intervistati, le difficoltà a far crescere una reale rete fra le organizzazioni. Ancora una volta, il contesto è descritto come qualcosa che sta fuori, come ambiente competitivo che impedisce di realizzare una relazione costruttiva e cooperativa – tranne qualche caso sporadico – fra le organizzazioni; a crescere invece sono il livello del conflitto e della competizione”.

Questa lunga citazione permette di sottolineare delle analogie (la percezione del contesto istituzionale e i sui effetti di contagio sulla descrizione del contesto tout court ad esempio) ma anche delle differenze tra quel nostro resoconto delle dinamiche del mondo non profit di alcuni anni fa e quello che possiamo cogliere oggi negli attori dell’innovazione sociale. Questi ultimi appaiono in un senso certo temprati dall’essere sopravvissuti in contesti difficili e molto meno sensibili alla (sebbene non ignari della forza della) relazione di dipendenza con il settore pubblico.

L’innovatore e l’innovatrice sociale, esperti nell’arte dell’acrobazia, spinti per necessità alla costruzione di community extra istituzionali e trincee anti-crisi, finiscono per rivendicare quasi l’alterità e la separatezza dal settore istituzionale come un elemento di sana distinzione, sebbene molte delle idee e delle loro iniziative siano sociali e pubbliche, e quindi gioco forza coinvolgano le istituzioni.

Questa posizione separatistache molti di noi hanno la tentazione di condividere, per la diffusa disillusione nei confronti delle burocrazie, sembra produrre degli effetti positivi (e in un certo senso effettivamente li produce): si diffondono iniziative autonome e reti orizzontali e dal basso, si producono aggregazioni informali di attori aperti al perseguimento di strategie co-petitive (si corre insieme verso obiettivi comuni pur non essendo necessariamente sempre partner), si progettano ibridi, si costruiscono e si sperimentano palestre di fiducia attraverso la condivisione di spazi comuni (ad es. co-working ) o la loro riqualificazione (giardini e altri spazi urbani).

Tutto questo è virtuoso. 

La virtù insita in queste pratiche però implica anche il concreto rischio di derive pericolose  che trascinino i beni comuni nel gorgo retorico del luoghi comuni, come sottolinea Ota de Leonardis (altra lunga citazione, I beg your pardon):

È facile che si inneschino qui nei confronti delle istituzioni degli orientamenti di disprezzo, sfiducia, uso strumentale e opportunistico, con l’effetto di innescare un circolo vizioso di ulteriore deterioramento delle istituzioni stesse. Questo vale in particolare per le istituzioni pubbliche, ma nella misura in cui tutte le istituzioni in quanto beni comuni sono pubbliche, questo effetto si diffonde sull’intero tessuto istituzionale della società.  È questo il clima prevalente oggi in materia di istituzioni: esse sono visibili molto meno per quel lavorio di cura, manutenzione e costruzione cui oggi sono sottoposte e molto di più come oggetto retorico privilegiato di discorsi liquidatori […]. Si pensi a quanto è diffusa e radicata l’idea di fare semplicemente a meno delle burocrazie, della pesante tutela degli apparati pubblici; e a quanto sono apprezzate le retoriche complementari del fai-da-te: dalla classica de-regulation del mercato, che si suppone capace di autoregolarsi, alle celebrazioni della solidarietà dell’altruismo, della filantropia, del volontariato per risolvere problemi sociali come povertà, disoccupazione, malattia ecc., facendo finalmente a meno dei costosi e inefficaci apparati del welfare” (Ota de Leornardis, Le istituzioni. Come e perché parlarne, Milano, Carocci 2001, p. 158).

Nel futuro prossimo di tutti noi (aspiranti) innovatori e innovatrici sociali, si presenterà dunque un compito acrobatico, ma forse divertente (nel senso di di-vertire, far cambiare direzione al corso delle cose). Dovremo continuare a costruire palestre di fiducia e provare a disegnare scenari co-petitivi; ma ci sarà anche chiesto di affinare la capacità di costruire descrizioni generative del contesti posizionandoci noi stessi dentro e non fuori di essi (l’etnografia e l’ecologia della mente giocano in questo un ruolo importante), descrizioni che  arricchiscano e rielaborino le rappresentazioni più comode e scontate (sui contesti, sugli scenari, sui cittadini ecc.).

Se questo è in sintesi il ‘programma’, il come realizzarlo è meno facile da dirsi in breve. Un punto di partenza però può essere proprio un diverso rapporto operativo con le burocrazie e le istituzioni (ma anche con frammenti volenterosi dei vari corpi intermedi: sindacati, associazioni di categoria, università ecc.), che declini alcune delle pratiche socialmente innovative nella forma di nuove interazioni inclusive con le istituzioni a cominciare da quelle regionali e locali. La  mappatura è solo il primo passaggio in un processo di contaminazione di contenuti, stili e competenze nel quale gli elementi di innovazione sociale comincino a permeare l’apparato istituzionale, inoculando le possibilità del cambiamento, attraverso la proposta, localizzata ma virale, di piccole innovazioni organizzative; attraverso l’analisi di processi informali e persino lo studio di forzature e infrazioni procedurali che abbiano condotto al successo di tentativi di risoluzione di problemi ecc.

Inconclusione (tutto attaccato), occorre tentare di invertire la sineddoche e provare a coinvolgere contagiare uffici pubblici e burocrazie (a cominciare dai loro membri più attivi motivati e competenti) nell’esercizio di descrizione del contesto in cui “la parte” dell’innovazione sociale sempre più sia percepita come “il tutto” del corpo sociale e istituzionale.

L’anno dei due(?) Tsunami

Non ancora terminato, il 2011 è già passato alla storia. Per averci ricordato con un fulminante one-two punch che il dominio della complessità (sociale e naturale) è del tutto illusorio. Ti sembra di poter controllare ecosistemi e società umane… ti sembra, appunto. Due diversi tsunami sono arrivati a ricordarcelo.

Il primo tsunami – quello sociale – ha investito con la sua onda lunga svariati regimi del nord africa e del medio Oriente e creato un certo imbarazzo presso gli amici occidentali. Non so quanti regimi ancora crolleranno e conosco troppo poco la realtà araba per capirne fino in fondo le implicazioni. Però mi piace pensare a questo tsunami civile come l’effetto della capacità delle persone di combattere la paura e l’isolamento imposti dalle dittature e di sentirsi parte di una collettività che, oltre i confini nazionali, può cambiare il futuro, cominciando dal presente; cominciando dal gesto di un individuo come Mohamed Bouazizi la cui disperazione privata diventa dono politico. Uno tsunami di persone, pacifico per quanto e dove possibile che ha molto da insegnare a noi europei quanto a capacità di sentirsi ‘uniti’.

Il secondo tsunami  –  quello naturale – ha sommerso l’illusione tecnocratica di creare dispositivi e organizzazioni perfette. Se non fossero tragici, se non ci fosse di mezzo la salute di tutti noi, gli sforzi di domare il Godzilla nucleare di Fukushima con le pistole giocattolo ad acqua e le tute chiuse col nastro isolante potrebbero sembrare semplicemente ridicoli. Ma il secondo tsunami non ci ricorda solo che terremoti e maremoti sono in grado di mettere in ginocchio i più avanzati e disciplinati di noi, come i Giapponesi, e rompere i nostri giocattoli tecnologici. Ci ricorda anche (e questo è un apprendimento cruciale) che il nucleare – militare o civile poco importa – è in grado di corrodere qualsiasi meccanismo di sicurezza e autoregolazione sociale. Il nucleare non è buono e non è sicuro: non soltanto per questioni di fisica o ingegneria ma anche per questioni politiche e finanziarie. Troppo denaro e interessi enormi si addensano intorno al business delle centrali. Scopriamo nella storia di Fukushima omissioni, bugie, falsificazioni e corruzioni molto simili a quelle di Chernobyl in presenza di contesti culturali, politici ed economici completamente diversi. Denaro e potenza, oltre una certa soglia, sono letali e producono effetti incontrollabili, proprio come le radiazioni, dovunque. Già questo – senza attendere il calcolo degli effetti disastrosi delle radioattività liberatasi intorno alla centrale – basterebbe a chiudere per sempre il discorso sul nucleare.

Chissà, mentre in giro per il mondo qualcuno ha cominciato a riflettere su come disfarsi del fardello atomico, forse saranno proprio i Giapponesi a proporre una bella moratoria planetaria permanente.  Aprire e chiudere l’era nucleare: Hiroshima e Nagasaki sono state l’Alfa del nucleare militare. Fukushima potrebbe diventare l’Omega del nucleare civile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

pensare (in) pubblico

I servizi sociali e chi li frequenta (per lavoro o per bisogno) sono stati per anni percepiti come mondi e soggetti tristi, burocratizzati, poveri e pure precari. In una parola, sfigati. Alcuni hanno tentato di restituire legittimazione e smalto ai servizi, costringendo gli operatori a un lavoro faticoso di autoelaborazione, a colpi di matrici, griglie e indicatori. Non sembra avere funzionato, il grigiore rimane nell’aria. E nel frattempo l’onda contagiosa e corrosiva di queste immagini ha tracimato e finito per influenzare il modo in cui si parla di tutto ciò che è pubblico (beni, spazi, diritti ecc.).  Nulla a che vedere con la retorica trionfale dell’entrepreneurship, il glamour del design e via discorrendo. Per questo mi sembrano interessanti esperienze come quella di Thinkpublic, una social design agency che lavora nel campo dei servizi con istituzioni, terzo settore e comunità nel regno Unito. Quello che fanno, come e con chi è raccontato sul loro sito http://thinkpublic.com.

L’idea mi sembra affascinante: restituire al mondo dei servizi – e ai problemi sociali che tentano di affrontare – la bellezza della creatività, della partecipazione, dell’innovazione sociale e della curiosità etnografica per tentare di disegnare nuovi servizi pubblici insieme a chi li usa e ci lavora, per sostenere imprese sociali, per ricondurre le professioni d’aiuto e le pratiche di accesso ai servizi all’esercizio concreto della democrazia.

Catamiati

Catamiati in siciliano significa smuoviti, datti da fare. Per questo abbiamo scelto di chiamare Catamiati un servizio di consulenza per chi ha un’idea innovativa, creativa o anche semplicemente il desiderio di realizzare una propria micro-impresa commerciale, artigiana o professionale (www.catamiati.com). Un po’ di promozione e sono arrivati i primi clienti – singoli e gruppi – con passioni e progetti nei campi più disparati. Il primo anno di questa esperienza ha confermato che ci sono in giro un po’ di teste e idee molto interessanti e che creare una micro impresa può essere difficile ma non impossibile. Basta cercare on line “Catamiati BarCamp” per averne una prova tangibile…

interagire&interpensare

Penso di aprire un blog da un sacco di tempo. Per mesi mi sono detto: meglio di no. Bastano svariati siti e social network che già prosciugano egregiamente il mio tempo, mi sono detto. Poi però mi sono accorto che continuo a pensare utile (e divertente) la condivisione online di idee, visioni e risorse che mi passano davanti o per la testa ogni santo giorno, anche offline ovviamente. Quindi ho deciso di aprire questo blog e di usarlo come blocco note pubblico per prendere appunti e condividerli.

Un blog su internet è uno strumento di interazione e di interpensiero direbbe Sergio Manghi, uno dei miei autori preferiti.

In un articolo del 1995 ( “Interpensare. Individui, relazioni e collettivo”, apparso sulla Rivista Italiana di Gruppoanalisi, X, 3), Manghi scrive che è possibile pensare agli esseri umani come soggetti che si contaminano a vicenda in “una colonizzazione reciproca […] generativa di identità, differenze, significati e relazioni. Dove non soltanto ogni agire è un interagire, ma anche, e insieme, ogni pensare è un interpensare”.

Ho aperto il blog.