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pensare (in) pubblico

I servizi sociali e chi li frequenta (per lavoro o per bisogno) sono stati per anni percepiti come mondi e soggetti tristi, burocratizzati, poveri e pure precari. In una parola, sfigati. Alcuni hanno tentato di restituire legittimazione e smalto ai servizi, costringendo gli operatori a un lavoro faticoso di autoelaborazione, a colpi di matrici, griglie e indicatori. Non sembra avere funzionato, il grigiore rimane nell’aria. E nel frattempo l’onda contagiosa e corrosiva di queste immagini ha tracimato e finito per influenzare il modo in cui si parla di tutto ciò che è pubblico (beni, spazi, diritti ecc.).  Nulla a che vedere con la retorica trionfale dell’entrepreneurship, il glamour del design e via discorrendo. Per questo mi sembrano interessanti esperienze come quella di Thinkpublic, una social design agency che lavora nel campo dei servizi con istituzioni, terzo settore e comunità nel regno Unito. Quello che fanno, come e con chi è raccontato sul loro sito http://thinkpublic.com.

L’idea mi sembra affascinante: restituire al mondo dei servizi – e ai problemi sociali che tentano di affrontare – la bellezza della creatività, della partecipazione, dell’innovazione sociale e della curiosità etnografica per tentare di disegnare nuovi servizi pubblici insieme a chi li usa e ci lavora, per sostenere imprese sociali, per ricondurre le professioni d’aiuto e le pratiche di accesso ai servizi all’esercizio concreto della democrazia.